L’approccio umano è stato centrale, anche a costo di sembrare provocatorio. Durante alcune conferenze mi è capitato di chiedere: “Sapete suonare un campanello, magari con al seguito venti alunni delle elementari?”
Davide Ondertoller | Ideatore di Portobeseno
“Portobeseno è un porto immaginario”: intervista a Davide Ondertoller
a cura di Rumore Bianco Studio
Portobeseno è molto più di un festival: è un progetto culturale che intreccia suono, memoria, territorio e partecipazione attiva. Nato nel 2004 e ambientato nel suggestivo Castello di Beseno, in Trentino, è diventato un punto di riferimento per chi lavora con il paesaggio sonoro e la narrazione. Abbiamo incontrato il suo ideatore e curatore, Davide Ondertoller, per ripercorrere la storia del festival e scoprire cosa ci aspetta nel futuro.
Davide, come è nato Portobeseno e qual era la tua visione iniziale quando lo hai fondato?
Portobeseno è nato nel 2004 con l’intento di valorizzare la memoria orale e il patrimonio storico della Vallagarina, utilizzando linguaggi artistici contemporanei. Il nome è inventato: “Portobeseno” non esiste su nessuna mappa. Ma il castello di Beseno, dove si tiene il festival, è reale ed è un luogo straordinario. Di notte, illuminato, sembra una nave che galleggia nel buio. L’ho sempre immaginato come un porto tra le montagne, capace di accogliere viaggiatori della memoria e della creatività.
Nel corso degli anni, quali sono stati i momenti più significativi del festival?
I primi anni sono stati molto intensi dal punto di vista creativo, soprattutto grazie alla collaborazione con Sara Maino, curatrice di molte installazioni e spettacoli. Insieme abbiamo ideato oltre 30 progetti originali, pensati per essere adattabili anche ad altri territori.
Poi ci sono stati traguardi importanti: la partecipazione a Manifesta7, l’organizzazione del raduno internazionale FKL (Forum sul Paesaggio Sonoro), e una manifestazione nazionale dedicata ai beni collettivi digitali.
Negli anni più recenti, ho lavorato su progetti che riflettono criticamente sulla narrazione del territorio, come NoVisit (sul turismo sostenibile), Paesaggi Tipici, Terzo Paesaggio e Digitali Terrestri, che offrono nuove chiavi di lettura del paesaggio attraverso il suono e la cultura.
Come si è evoluto il rapporto tra territorio, memoria e suono all’interno del progetto?
Dopo vent’anni, curare Portobeseno ha assunto un valore sempre più sociale, oltre che artistico.
Una delle missioni principali è stata creare archivi multimediali, un modo concreto per radicare il festival nella comunità. Introdurre l’ascolto attivo come pratica ha aperto nuove possibilità narrative. Le residenze artistiche, in particolare, hanno permesso un confronto profondo tra gli artisti e il territorio: una sorta di ricerca antropologica che restituisce interpretazioni ricche e inattese.
Portobeseno ha sempre lavorato su paesaggio sonoro, memoria orale e narrazione. In che modo questi elementi si sono trasformati nel tempo, anche grazie alla tecnologia?
Con Sara Maino abbiamo sviluppato diversi progetti per restituire alla comunità il risultato delle ricerche: all’inizio con semplici tavoli interattivi, poi con QR-code installati sul territorio per creare vere e proprie “oasi sonore”.
Abbiamo usato ogni tipo di diffusore, da radio d’epoca a quadrifonie acusmatiche. In uno spettacolo, ad esempio, abbiamo ricreato una baita alpina dentro il castello, facendo risuonare i mobili con voci e storie locali grazie a trasduttori.
La musica elettronica, sempre originale e creata per il festival, ci ha permesso di esplorare in modo poetico e profondo la varietà dei paesaggi sonori.
Hai lavorato con tantissimi artisti, scuole, archivi viventi. Che approccio hai cercato di mantenere nel coinvolgere la comunità?
L’approccio umano è stato centrale, anche a costo di sembrare provocatorio. Durante alcune conferenze mi è capitato di chiedere: “Sapete suonare un campanello, magari con al seguito venti alunni delle elementari?”
Cambiare il metodo educativo vuol dire mettere al centro chi custodisce la memoria: il cittadino, l’anziano, il contadino. Da qui nascono progetti come Le case delle Storie, Memorie del suolo, Narrare il territorio.
Dal 2010 abbiamo coinvolto circa mille studenti delle scuole primarie. Abbiamo cercato di trasmettere la curiosità, il senso della raccolta e della trasmissione della memoria, l’amore per il proprio territorio. E questo si può fare anche con poche risorse, ma con grande impatto sulle nuove generazioni.
Quest’anno hai deciso di passare il testimone a Tiziano Popoli. Come è maturata questa scelta?
Tiziano è una figura importante nella storia del festival. Insieme abbiamo creato progetti musicali originali e condividiamo la volontà di innovare e avvicinare nuovi pubblici alla musica colta e all’ascolto attivo, anche attraverso strumenti inaspettati.
Con gli anni ho capito che Portobeseno deve poter vivere anche senza di me. È un festival contemporaneo, e in quanto tale deve poter accogliere nuove visioni. Tiziano si è immerso nell’estetica del progetto, reinterpretandola con grande sensibilità.
Continui però a seguirne la parte logistica e il concept. Qual è il messaggio che vorresti lasciare a chi porterà avanti Portobeseno?
Organizzare Portobeseno richiede lavoro quasi tutto l’anno: permessi, burocrazia, ricerca fondi… Ma soprattutto relazioni.
Il festival vive grazie ai legami con amministrazioni, scuole, cittadini, artisti. Senza questa rete, Portobeseno non potrebbe esistere.
Il sottotitolo del festival è “viaggio tra fonti storiche e sorgenti web”e credo che riassuma bene lo spirito: serve visione, certo, ma anche cura quotidiana e ascolto reciproco.
