“Nell’immaginare Un suono lungo un giorno ho pensato a una immersione sonora in cui si proceda con lentezza, in cui il tempo si dilati e si espanda fino alla sua sospensione.”
Tiziano Popoli, Direttore Artistico Portobeseno
Intervista a Tiziano Popoli – Direttore Artistico di Portobeseno
Portobeseno ha sempre avuto un’attenzione particolare per l’ecologia sonora, la musica sperimentale e la memoria dei luoghi. Quest’anno come si inserisce il nuovo progetto nel solco di questa tradizione?
Nella musica contemporanea sono stati ideati molti eventi di lunga durata, spesso con intenti concettuali, meditativi o performativi. Tra questi, “As Slow As Possible” di John Cage, brano per organo della durata prevista di 639 anni, oltrepassa ogni barriera temporale soggettiva e si colloca nell’alveo di un ascolto utopico: nessuno potrà mai udirlo dall’inizio alla fine.
Artisti come La Monte Young, Terry Riley, Steve Reich e Philip Glass hanno contribuito a una musica ipnotica e ciclica, dove la durata diventa parte dell’esperienza estetica.
Contemporaneamente, le pratiche di Deep Listening di Pauline Oliveros incoraggiano forme musicali estremamente lunghe, che si legano all’ambiente e a ciò che sta “attorno” al suono.
Da dove nasce l’idea di “Un suono lungo un giorno”? Cosa propone questo evento al pubblico?
Nell’immaginare Un suono lungo un giorno ho pensato a una immersione sonora in cui si proceda con lentezza, in cui il tempo si dilati e si espanda fino alla sua sospensione.
Quotidianamente facciamo esperienza e viviamo concretamente un tempo convulso, che si consuma e si dissolve quasi senza che ce ne rendiamo conto.
Questa performance invita invece i musicisti ad esplorare una dimensione sonora rituale, introspettiva e meditativa, e propone al pubblico di calarsi in un flusso percettivo rallentato, largo, lento. Il suono inteso come respiro, vibrazione, pulsazione archetipica, come mantra magico.
Come si svolgerà concretamente la performance?
Nove artisti provenienti da esperienze musicali molto diverse si alterneranno in questo rituale sonoro senza soluzione di continuità dalle 10 di mattina alle 22 di sera.
Si tratta di Emilio Galante, Roberto Laneri, Walter Zanetti, Angelo Contini, Francesco Paladino, Tiziano Popoli, Francesco Giannico, Giuseppe Caprioli e Mauro Pedron.
Nella prima parte dell’evento ciascuno di loro, a turno e secondo un cronoprogramma stabilito, proporrà una relazione specifica, una triangolazione dinamica tra tempo, spazio e suono secondo la sua personale concezione.
Nella seconda parte, dalle ore 16 circa, pur mantenendosi una rotazione tra gli esecutori che, come in una corsa ciclistica, “tireranno” a turno il gruppo, si produrranno interazioni spontanee tra più musicisti, per arrivare a un finale in cui tutti saranno coinvolti.
Qual è il ruolo del luogo in questo progetto? In che modo la fortezza di Castel Beseno entra in relazione con il suono?
Questo progetto vuole anche stabilire una relazione precisa con il luogo in cui esso prenderà corpo.
L’antica fortezza di Castel Beseno è la più grande struttura fortificata del Trentino – Alto Adige, un edificio che, nel corso dei secoli, è stato testimone di cruente battaglie e assedi.
Un luogo di controllo: dalla sommità della collina lo sguardo può abbracciare tutta la sottostante Val Lagarina e l’accesso alla valle che conduce a Folgaria.
Nel corso delle precedenti edizioni di Portobeseno è stato posto l’accento sulle tradizioni orali della valle e sulla necessità di una loro conservazione e divulgazione.
Quest’anno sarà la fortezza a dialogare con i luoghi circostanti, come un vascello che lancia segnali, come un corno da nebbia che risuona tra le rovine, si espande e diffonde sul territorio circostante vibrazioni di condivisione, di confronto, di pace.
La tua attenzione al paesaggio sonoro ha radici profonde. Come si riflette questa sensibilità nella direzione artistica del festival?
Il mio interesse per il paesaggio sonoro è sempre stato molto forte e centrale nella mia poetica musicale. Nel tempo ho realizzato 10 CD/raccolte di paesaggi sonori, tra cui 2 sulla città di Bolzano.
L’idea che mi ha guidato nella costruzione del progetto di quest’anno è stata quella di concentrare tutte le energie su un unico evento composito, proponendo a figure musicali molto caratterizzate e diverse tra loro un tema unificante da declinare individualmente prima e collettivamente poi.
Portobeseno ha spesso guardato alla memoria orale e alla documentazione. In che direzione guarda ora il festival?
Il castello diventa una cassa di risonanza che, come ho già detto, proietta la musica verso l’esterno, in un processo di restituzione sonora che assolve anche a uno scopo che definirei, rispetto alle edizioni precedenti, di bilanciamento e risposta alla tendenza museale e conservativa delle fonti, oggetto dell’interesse primario della manifestazione.
Dunque uno sguardo rivolto non al passato o all’interno di una comunità, ma all’esterno e al presente/futuro.
Che tipo di esperienza può aspettarsi chi partecipa a “Un suono lungo un giorno”?
Naturalmente sarà anche una occasione unica per seguire il lavoro di musicisti che, al di là del loro valore riconosciuto, restano artisti “di nicchia” e che quindi non è facile intercettare.
Il pubblico non sarà tanto “intrattenuto” dal suono, quanto coinvolto in un lento processo di condivisione e “sfidato” nella sua capacità di ascolto.
